San Severo – Helsinki, 25-29 maggio 2026

“Quanta violenza!”. La signora aveva paura delle rondini. Nonostante ci fossero 20 gradi, era avvolta nel suo piumino da non so quanti grammi (che poi questo linguaggio da salumeria per parlare dei piumini non lo capirò mai. “100 grammi di piumino, grazie!”, cit.), cappuccio sulla testa, sciarpone al collo e occhiali da sole. Ogni volta che le rondini sferzavano sotto i tetti della stazione di Foggia, lei si abbassava sperando che non la colpissero in faccia.

“Sembra quel film, quel thriller con gli uccelli”.

“Ah sì, quello di Hitchcock”, rispose un signore nelle vicinanze.

“Hiciok sì!”. 

“Io preferisco gli uccellini piccoli, i canarini ad esempio”. “Guardi, stanno cercando un nido. Ma perché lo cercano sui muri? Non è meglio sugli alberi?” Non lo so signora, ma sono sicura che le rondini saranno d’accordo con lei. 

Quella mattina avevo deciso che non avrei passato la giornata incazzata per la sveglia alle 4.30 e per il lungo viaggio che mi aspettava, quindi decisi di far compagnia alla signora chiacchierando con lei della bizzarria delle rondini e altro. Quell’altro argomento non si fece attendere.

“Lei è sposata?”

“No, sono single”

“Magari troverà qualcuno in Finlandia”

“Non credo, signora. Ci vado solo per qualche giorno”. 

“Quanti anni ha?”

“39”. 

“Hm”. Che faccia delusa che fece, molto più della delusione che mi assale ogni volta che sento che in Italia ci sono sempre meno coppie e penso ai perché. Lo so signora, lo so. Dovevo liberarmi da quello sguardo e andai a prendere un caffè alla macchinetta.

“Ah ha preso il caffè? Il cappuccino? È buono il cappuccino?”

“È un caffè macchiato. Sì, non è male”. 

“Il decaffeinato non c’è. C’ha un sapore diverso” disse mentre continuava a schivare le rondini in preda al terrore. 

“Loro sono attirate da delle onde elettromagnetiche, dei rumori speciali. Delle voci, delle musiche particolari che gli stordiscono il cervello e poi diventano pazze”. Parlava con il marito al telefono e con me allo stesso tempo.

Il mio treno stava arrivando, quindi ne approfittai. “Beh, signora, il treno sta arrivando, vado verso la mia carrozza. Buon viaggio!”, dissi preoccupata che la signora continuasse ad offendere le rondini senza la mia protezione. 

“A lei, auguri!”

***

Era il mio secondo giorno in Finlandia, il secondo giorno di una serie di interminabili presentazioni e workshop, e stavo cercando di farmi un’idea sui finlandesi. Perché è d’obbligo farsela per poter avere qualcosa da dire alla domanda “Meh, com’è la Finlandia?”. E quindi me ne feci una molto approssimativa, generalizzata e piena di pregiudizi, una vergogna per chi ha una formazione da antropologa. 

Le persone non sorridono, almeno non agli estranei, ma ti guardano e sono disponibili se chiedi loro aiuto. Trasmettono un’aria severa e un po’ mi fanno paura. Mi fanno paura perché io non sono come loro, e perché evidentemente non hanno bisogno di sorridere alla gente, cosa da cui io sembro dipendere abbastanza. La gentilezza dei finlandesi non è pretenziosa e non ha bisogno di essere amplificata con giornate della gentilezza. Un uomo attendeva che il cane annusasse con tutta la calma del mondo l’angolo accanto al cestino della spazzatura. Non lo strattona, non gli urla “Andiamo!” e rispetta i suoi tempi. 

Dalla finestra del mio monolocale vedevo la baia di Laajalahti, un’area di Espoo, città dell’area metropolitana di Helsinki dove alloggiavo per i primi due giorni.

Mi ritrovai ad Espoo per i primi due giorni, sola e in compagnia allo stesso tempo, senza una chiara idea di chi dovevo essere lì, mentre i workshop, le chiacchiere da intrattenimento e le presentazioni andavano avanti. Un giorno ero la leader di una task di uno dei più grandi progetti sui mondi virtuali finanziati dall’Unione Europea. Due ore dopo ero quella che non riusciva a mantenere l’attenzione di un gruppo di professori e project manager che non riescono a staccare gli occhi dal loro laptop neanche quando gli urli qualcosa al microfono. La sera ero una simpatica pugliese con cui parlare del Gargano. La notte ero una donna insicura che non sapeva cosa chiamare amore. Il giorno dopo ero quella che viaggiava da sola. Il giorno successivo ero quella che, appena atterrata nel caos dell’aeroporto di Fiumicino prima, e alla stazione degli autobus di Tiburtina dopo, si chiedeva se l’Italia fosse il posto giusto per lei.

Il mio viaggio in solitaria iniziò ufficialmente ad Helsinki, al termine di quei meeting pretenziosi, e durò un paio di giorni, tempo sufficiente a non sentirmi troppo sola.

La prima sera presi una birra in un pub vicino all’hotel. Ero seduta fuori e non c’era nessuno. Stranamente la gente mi guardava, e io la guardavo ancora più stranita perché penso mica sono a San Severo, dovrebbero essere abituati a vedere gente da sola al bar. Sarà perché non sono bionda? O mi guardano perché io li sto guardando per vedere se mi guardano? 

Un ragazzo asiatico mi passò davanti e, come le due persone precedenti, mi guardò o analizzò la mia situazione. Dopo un po’ entrò e ordinò la cena. Mi piacque immaginare che gli avessi dato un po’ di coraggio di cenare da solo in un luogo pubblico.

Assalita dalla tristezza per i fallimenti della vita, e spinta da chissà quale influencer di cui avrò sentito miliardi di volte l’incoraggiamento a fare quello che uno vuole sui social, decisi di condividere i miei pensieri su Facebook. Dopo una mezz’ora mi ritrovai con un paio di messaggi da persone che avevo completamente dimenticato e con cui non scambiavo una parola da almeno cinque anni, che mi dicevano “Stai bene? Io ci sono se hai bisogno di aiuto”. Stanca del fatto che la tristezza venga continuamente drammatizzata, cancellai il post e cercai di rassicurare l’altra persona che va bene essere tristi, cazzo!

La sera dopo camminai verso il centro. La città sembrava progettata attorno alle persone: le lunghe distanze possono essere percorse a piedi, attraversando parchi e ponti fatti per le persone, non per le automobili. 26 minuti di passeggiata, in cui l’unica cosa che poteva infastidirmi era il vento.

Nel minimalismo e nel funzionalismo dell’architettura finlandese ritrovavo anche chi mi aveva fatto compagnia due giorni prima, quei tratti di efficienza e praticità che invidiavo tanto. Questo mi faceva sentire in difetto, trovando il barocco di San Severo tanto affascinante quanto l’inevitabile ricordo della nostra capacità di perdere tempo,  di oziare e di far rumore.

La Helsinki Central Library Oodi era l’unica attrazione che mi interessasse davvero visitare. Oltre ad essere uno dei maggiori progetti di design della città, lo trovai come uno dei posti più socialmente utili che abbia mai visitato: tavoli con scacchiere all’entrata, stampanti 3D da poter affittare, stazioni di rammendo con macchine da cucire (utilizzate!), sale riunioni, game rooms e l’ultimo piano dedicato ai libri, spazi di lettura, mini-spazio conferenze, spazi relax e giochi.

Al mio ritorno a San Severo, infusa ancora da quell’aria di internazionalità che ogni volta mi rigenerava, decisi di esplorare due bar di recente apertura dove poter scrivere. Ero stata troppo ottimista: musica commerciale a palla, staff che ti fissa chiedendosi che cavolo volessi e perché fossi andata proprio lì a cercarlo, infanti isterici che cercano di afferrare qualsiasi dolciume gli passi sotto il naso. Poi feci un pensiero: a Helsinki ero sola, ma mi sentivo importante e rispettata come tutti gli altri.

E ho ricordato ciò a cui dovrei rinunciare vivendo a San Severo, pesandolo contro ciò a cui dovrei rinunciare lasciandola. Mi rimase addosso un pizzico di tristezza, quella che ti assale quando non ci sono altre risposte possibili. Forse era meglio cambiare domanda, va’. 

Commenti

Lascia un commento

Check also

View Archive [ -> ]