ALERT: questo articolo tratta di temi che potreste trovare scomodi (i.e., suicidio), oltre a rivelare passaggi e fatti di un libro che potreste un giorno aver voglia di leggere. Adesso che siete stati avvisati, potete scegliere se continuare la lettura o fermarvi qui.
Mi sento vicina alla sofferenza. Credo si tratti di una delle poche cose autentiche rimaste al mondo. Nessuno vuole fare finta di stare male. È un’emozione che tendiamo a definire “negativa”, e in quanto tale cerchiamo di ignorarla per inseguire con ossessione il benessere, di cui pensiamo di conoscere tutto. Ma quando ci troviamo di fronte alla tristezza, diventiamo dei perfetti idioti che non sanno cosa dire. Offriamo una spalla su cui piangere, una storia dal proprio vissuto, o proviamo pena. Condividiamo preziose osservazioni sulla nostra mortalità, sull’assurdo dell’esistere, sottolineando quanto possa essere inutile essere triste.
Forse proprio per questo, di tanto in tanto provo un’irrefrenabile voglia di mettere le persone a disagio dicendo che sono triste, quando lo sono. Non è molto carino, lo so.
Circa un mese fa ritrovai tra le mani un nuovo libro da leggere: Le cose in natura semplicemente crescono della scrittrice Yiyun Li. Non ricordo esattamente come scoprii l’esistenza di questo libro, ma ricordo perché decisi di comprarlo. Forse per lo stesso motivo per il quale mi sento vicina alla sofferenza.
Yiyun Li
Di origini cinesi, Yiyun Li nasce a Pechino nel 1972. All’età di 24 anni si trasferisce negli Stati Uniti dove si laurea in immunologia, per poi inseguire la sua passione per la scrittura ottenendo, nel 2005, un Master of Fine Arts in scrittura creativa. Il suo esordio come scrittrice avviene lo stesso anno e nel corso della sua carriera scrive romanzi, racconti e memoir che raccontano la Cina e la comunità cinese statunitense, ruotando attorno a tematiche legate alla complessità emotiva dell’animo umano, affrontando temi come solitudine, perdita, isolamento.

Librairie Mollat, CC BY 3.0 https://creativecommons.org/licenses/by/3.0, via Wikimedia Commons
Inizia ad insegnare in varie università, tra cui Princeton, dove attualmente dirige il Creative Writing Program. Un’infanzia di abusi da parte della madre lascia un segno anche nella sua vita adulta, portandola a due tentativi di suicidio.
Il libro
Yiyun Li ha avuto due figli, Vincent e James, entrambi morti per suicidio, rispettivamente a 16 e 19 anni. Le cose in natura semplicemente crescono è il libro dedicato alla morte di James.

L’autrice tenta di trovare le parole per descrivere la sua esperienza dopo la morte del ragazzo, e, attraverso vari aneddoti, ci trasmette un’immagine dei suoi figli, in particolare dell’intelligenza e della consapevolezza che li caratterizzava. In famiglia si parlava del bosone di Higgs, di Wittgenstein e di Tolstoy. A 2 anni James sapeva già leggere. Qualche settimana prima di morire, il ragazzo lesse Il Mito di Sisifo di Camus. Nel ripercorrere i ricordi, Yuyin Li ricorda la frase di apertura del libro: «Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio»
All’età di cinque anni, Yiyun Li pensa di iscrivere Vincent a una squadra di calcio. Il ragazzo le fece poi notare che lei non lo faceva per la sua felicità, ma perché la madre voleva che lui fosse semplicemente più simile agli altri ragazzi.
James dice di soffrire di monofobia, la paura di rimanere soli o in una condizione di isolamento. La madre sceglie di accogliere e accomodare la sensibilità e i bisogni dei propri figli, assecondando la richiesta di tagliare la mela in pezzetti dalle forme geometriche per Vincent, o i pancake, ognuno di forma diversa, per James, senza ridurre le loro personalità a delle etichette da linguaggio medico, ma piuttosto cercando di comprenderle:
Mi sembra che onorare la sensibilità e la particolarità dei miei figli — affinché ciascuno potesse avere quanto più spazio possibile per crescere nel proprio sé individuale — sia stato il meglio che potessi fare come madre.
James era un ragazzo di poche parole, dotato di una grande consapevolezza di quello che desiderava e non desiderava fare. Dopo la sua morte, l’autrice ritrova una foto dei tempi dell’asilo che lo ritrae con indosso una scritta che diceva: “NON PARLO PERCHÉ NON VOGLIO“.
Mio marito, riferendosi di recente alla foto, ha fatto un commento dicendo che, come famiglia, ciò che noi quattro condividevamo era la nostra fede nel libero arbitrio, e il nostro rispetto per esso.
Tendiamo a preferire i bambini espansivi, quelli che non ci fanno preoccupare se riusciranno a stare al mondo ed essere felici. Non è semplice decidere qual è il bene dei propri figli in questi casi: ha più importanza imporgli delle scelte per far sì che sappiano comportarsi da esseri umani integrati in una società, o lasciare che i propri figli imparino a rispettare ciò che sono e desiderano, anche se questo può portare a sentirsi eternamente diversi e distaccati dagli altri?
Una cosa mi consola in questo dilemma, ed è che James aveva Vincent, e Vincent aveva James, fin quando James ha visto la sua paura, la monofobia, diventare realtà con la morte di Vincent.
Mi piace pensare che il suo vissuto di abusi è ciò che ha reso Yiyun Li così sensibile nei riguardi delle peculiarità dei figli. La sua intelligenza si mostra nel tentativo di interrompere il trauma generazionale e dare ai suoi figli tutto quello che lei non ha ricevuto. Proprio per questo, non ho vissuto questo libro come una lettura sulla sofferenza, ma anche, se non soprattutto, come una lettura sull’amore, che l’ha portata ad accettare i propri figli anche nelle scelte più estreme:
Sì, li ho amati, e li amo ancora, ma più importante dell’amare è comprendere e rispettare i miei figli, il che include, più di ogni altra cosa, comprendere e rispettare la loro scelta di porre fine alla propria vita.
Il libro affronta anche il modo in cui gli altri si avvicinano a chi ha vissuto un lutto. L’autrice ringrazia, in maniera molto assertiva, tutti i tentativi un po’ goffi, superficiali e di circostanza di consolare lei e il marito, o di giudicare il modo in cui affrontano la morte dei due figli. Racconta di estranei che, per chissà quale motivo, si offrono di raccontarle dei propri lutti, dandole l’opportunità di scriverne un libro. C’è chi offre la compagnia della propria figlia e del suo violino come distrazione o sollievo alla sofferenza. Chi paragona la morte di due figli a quella di un genitore.
Quello che invece apprezza è stato il gesto di chi non aveva paura di affrontare con lei le domande “scomode” che le passavano per la testa, come quella se i suoi due tentativi di suicidio fossero collegati con quelli, portati a termine, dei suoi due figli. Ma si sa, ognuno fa quel che può con quello che possiede.
Le cose in natura semplicemente crescono
Dopo la morte di James, l’autrice inizia ad occuparsi di giardinaggio. Non lo fa con l’obiettivo di lasciarsi ispirare dai cliché che usano la natura come metafora del pensiero positivo: “la natura rigenera”, “la natura dona speranza”.
Invece, ricorda che le cose in natura semplicemente crescono. Nascono e vivono fino alla loro morte. Ed è in questa “semplicità”, che lei identifica come accettazione radicale, che vive la propria vita dopo la morte dei suoi figli: senza assegnare nessun significato metaforico alla natura che vada oltre il suo semplice essere.
Yiyun Li non cerca consolazioni, distrazioni o redenzione. Nel rifiutare il concetto di lutto, inteso come un processo destinato ad evolversi o esaurirsi, Yiyun Li accetta la sua verità, cioè che il suo dolore non avrà mai fine.



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