La passeggiata delle 7.30

È l’ora delle passeggiate dei cani con i padroni, dei ragazzi che vanno a scuola, di chi, da solo, va chissà dove. I ragazzi hanno un’aria sveglia e tranquilla, zaino in spalla, sacca alla mano, pronti o impreparati a un destino mai scelto. Non hanno nulla della furia di chi incolla la mano sul clacson mentre è in coda nel traffico, né della rassegnazione dell’uomo che cammina a testa bassa, con il volto accigliato, forse più del mio, e la valigetta in mano. Non guarda il cielo, che oggi è particolarmente bello, e tiene la mano libera stretta in un pugno. Mentre cammino, mi accorgo di guardare in basso, ma poi faccio uno sforzo per alzare la testa.

Tardare anche solo di 15 minuti è un rischio. Alle 8, le campane delle chiese del centro storico cominciano a suonare contemporaneamente, si formano le prime file di macchine e le persone sono già arrabbiate. Senti la puzza degli scarichi delle automobili e rischi di incontrare gente che conosci, a cui devi un saluto e una spiegazione su cosa fai dove vai come stai.

Inizio il mio giro mattutino da casa mia, nei pressi della Farmacia San Francesco, a Porta San Marco, e procedo verso Piazza Incoronazione. Nelle giornate soleggiate di febbraio, il sole mi acceca con delicatezza sullo spiazzale antistante il bar Manita. È il primo momento in cui vedo la piazza, luminosa, vuota e riscaldata dal sole.

Incrocio due genitori mentre accompagnano i figli a scuola. Madre e figlia per mano, qualche passo indietro rispetto al padre. La bambina le indica delle faccine sul pavimento. Il padre porta due zaini sulle spalle, uno rosa, l’altro verde, e tiene per mano il figlio.

Proseguo e giro a destra, per via Soccorso. Se continuo a tenere lo sguardo verso l’alto, la prima cosa che vedo è il campanile della chiesa di San Nicola, che scompare lentamente mentre procedo. Il sole batte sulla segnaletica della ZTL. ZTL Attivo. ZTL Closed. Il contrasto tra il significato letterale dei due aggettivi mi destabilizza.

Continuo a camminare e mi sembra ogni volta di stare in vacanza, in un paesino di provincia dove capiti solo per caso, abitato solo da anziani e poche famiglie, di quelli che vorresti visitare solo in compagnia di chi ami per non farti prendere dalla paura della solitudine. Quei paesini di cui ami scoprire i bar aperti alle tre del pomeriggio, dove fare una chiacchiera con chi è sempre lì, mattina e sera, dietro o davanti al bancone, pronto a raccontarti storie straordinarie e quelle ordinarie.

Le nuvole si allargano, sono multicolori e piene di luce. Guardo le finestre con le persiane e sogno di abitare in una di quelle case dai soffitti alti, con i balconi con i lampioni, il pavimento con le maioliche e un arredamento retrò ma accogliente. Le terrazze sono sempre in ordine, immacolate e piene di piante. Quelle abbandonate invece mi fanno una gran tristezza.

Attraverso Piazza della Repubblica. Il vecchio che ho appena sorpassato mi dice “Vai piano, vai piano”. “Ha ragione, ha ragione”, gli faccio io, ripetendolo due volte per fargli capire che ho capito. Stavo già ripercorrendo nella mia mente tutte le cose che avrei dovuto fare in giornata con il mio passo svelto, quindi rallento. Passo accanto all’arco, quello dei 128 Ti Amo.

Passo accanto alla chiesa di San Nicola al ritorno. Il vento fa oscillare le palme nella piazzetta dietro la chiesa e a me sembra di sentire il mare. Le persiane chiuse nel silenzio, e dentro la gente che dorme ancora, o si è appena alzata, sta facendo il caffè o le pulizie. I balconi immobili, le finestre sono aperte per far entrare l’aria fresca.

Chi deve partire accende la macchina per farla riscaldare d’inverno, davanti al garage aperto, mentre aspetta qualcosa o qualcuno. L’immondizia sulle scale del portone: “Oggi è plastica”. La donna che cammina a passo svelto e parla al telefono col vivavoce con sua madre. Le dice che ha da fare oggi, e farà quello che le ha chiesto di fare appena si libera. Sento il rumore di una valigia che viene trascinata in qualche stradina adiacente. Pensavo di essere l’unica ad andare in stazione a piedi. Mi sento sempre quella strana quando cammino lungo gli stradoni o le stradine di San Severo trascinando una valigia, facendo tutto quel rumore. “E mo a piedi devi andare?”. 

Mi ritrovo a passeggiare dietro un signore in tuta, forse anche lui nella sua passeggiata mattutina. Appena nota la mia presenza, si affaccia un paio di volte indietro girando la testa a destra e a sinistra, come a controllare se sono ancora lì o cosa sto facendo. Forse è imbarazzato per la calvizie e non vuole che lo guardi. Si ferma sul lato della strada e mi fa passare avanti. “Non voglio farti niente”, vorrei dirgli.

C’è un signore panciuto che controlla il cassettino del resto del distributore automatico della farmacia a Porta San Marco. Il giorno dopo il signore magro che recupera i mozziconi dai posaceneri del bar. Sono quasi a casa, e vedo degli uccellini rincorrersi volando ad altezza d’uomo.

D’estate, un uomo grosso dagli occhi verdi si siede su una delle panchine di Via Zannotti, ogni giorno, alle 7.25. Proprio davanti a casa mia. Appena metto piede in strada, l’uomo si volta a guardarmi. Il suo collo va in panico quando gli passo dietro, per potermi guardare sia in viso che da dietro. Infastidita, un giorno gli ho sussurrato un “Cazz spij”. Domani proverò a nascondermi dietro a un giornale. Per fortuna che ho gli occhiali da sole con me.

Da un paio di mesi la destinazione della mia passeggiata mattutina è cambiata: dal centro storico al viale della stazione. Sembra che Piazza Incoronazione, prima di essere intitolata a Luigi Zuppetta, si chiamasse Piazza Aurora, perché da lì si può vedere l’alba. E quindi adesso anticipo la mia passeggiata di mezz’ora per godermi il riflesso del sole che sorge sulle mattonelle del viale alberato.

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